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CENNI STORICI

Nei suoi cento anni di storia la squadra del Ceccano Calcio ha giocato 10 stagioni nella quarta serie del calcio italiano senza però mai raggiungere livelli professionistici. Venne ammesso nel 1954 alla IV Serie rimanendoci 3 anni per poi iscriversi al campionato di Promozione. Nel 1994-1995 torna in Serie D per poi rimanervi 8 stagioni. Nel 2002 però il Ceccano Calcio retrocede in Eccellenza e continuerà a retrocedere per i successivi 4 anni fino a raggiungere la Seconda Categoria. Ed fu proprio in quest’occasione che il Presidente Aversa chiamò il Mister Livio Pizzuti che in 2 anni riportò il Ceccano Calcio in promozione grazie ai talenti presenti sul territorio fabraterno. Nel 2009 Aversa lasciò la carica di Presidente a Felice Lucchetti e nello stesso anno, più precisamente il 7 di luglio, avvenne ufficialmente la fusione tra l’ASD Ferentino (appena retrocesso in Eccellenza) e l’ Associazione Sportiva Ceccano, all’epoca in Promozione. Di nuovo però il Ceccano Calcio retrocesse in Promozione fino a che nella stagione 2015-2016 non potè prendere parte allo stesso campionato per debiti societari. La società cambiò nome in A.S.D Ceccano Calcio 1920 e riprese il campionato in Terza Categoria con un nuovo Presidente e storico tifoso rosso blu: Davide Tiberia. Quest’ultimo assieme al suo vice Rolando Recine richiamò in società Pizzuti in veste di Ds che scelse Domenico Maliziola come nuovo mister. In due anni il Ceccano Calcio riuscì a risalire in Prima Categoria. Trascorsa una stagione senza retrocedere prese il posto di Presidente Thomas Iannotta e come DG venne nominato Sergio Milo (ex giocatore rosso blu), nello stesso anno la squadra del Ceccano con in panchina il Tecnico Giocatore Alessandro Padovani e in veste di vice Fabiano Bracaglia vince il campionato. In promozione fu il momento per Mirko Carlini di sedere sulla panchina in qualità di Mister. A causa della Pandemia dovuta al Covid-19 il campionato è costretto a fermarsi con un Ceccano Calcio che si dimostra fortissimo e in questo frangente il Presidente Iannotta lascia il posto all’ Avv. Gianluca Masi. La Dirigenze e il nuovo Presidente per poter dare al Ceccano Calcio un futuro importante e solide basi per ripartire, hanno dato vita ad un progetto di Azionariato Popolare.

Una squadra di Pionieri

La squadra del Ceccano Calcio nacque quasi 100 anni fa in un’epoca in cui il gioco del calcio cominciava ad affacciarsi anche in piccole realtà locali caratterizzate principalmente da persone che svolgevano lavori utili, principalmente artigianato, per poter tirare avanti. A portare il calcio nella città di Ceccano furono Francesco Grassi, infermiere presso l’Ospedale Provinciale S. Maria della Pietà di Ceccano, e Domenico Angeletti, anch’egli dipendente dell’ Amministrazione Provinciale di Roma. Questi ultimi costituirono il G.A.S (Gruppo Aziendale Socialista) tra i cui fini istituzionali rientrava anche la promozione di attività culturali e sportive per i propri aderenti. Una volta scomparso il G.A.S. con l’avvento del Fascismo quei ragazzi che avevano cominciato ad appassionarsi al calcio continuarono a giocare, dando vita a ciò che ancora oggi è una squadra seguitissima e un punto di riferimento per la città di Ceccano. I primi ad indossare i colori rosso- blu furono Arduini Felice, Checco De Nardis, Benedetto Capocetta, Mario Pallagrosi, Michelangelo D’Annibale, Mario Maura, Nono Diana, Gigli Luigi, Amedo Scarsella, Guido Quatrini, Giovan Battista Carlini, Arturo De Santisi, Lorenzo Bucciarelli, Luigi Marella, Paride Popolla, Paolo di Vico, Mario Paolini, i fratelli Stoppoloni e i fratelli Ronchetti. Inizialmente la squadra del Ceccano svolgeva i propri allenamenti su di un terreno non del tutto pianeggiante, ovvero al prato Meschini in via Grutti, mentre le partite ufficiali si svolgevano al ”Santa Maria”, un terreno nei pressi del Santuario di Santa Maria a Fiume appartenente alla famiglia Ambrosi. Si trattava di ragazzi che stavano imparando i mestieri dell’epoca, la maggior parte di essi infatti proveniva dall’artigianato.

Pochi studenti in quanto non vi era la scuola dell’obbligo e quest’ultima era riservata alle famiglie più benestanti. Anni in cui si partiva per il fronte come Paride Popolla, sostituito in porta poi da Umberto Proietta, che parti per l’Africa Orientale ancora italiana, o Dante Popolla che morì per l’affondamento della nave che lo stava portando sul fronte cirenaico. Il Sindaco e dirigente della squadra del Ceccano Calcio, Francesco Battista, decise di intitolare lo Stadio Comunale proprio a Dante Popolla, da qui il nome Stadio Comunale Dante Popolla, in ricordo del giovane giocatore scomparso. Quando c’era la necessità di spostarsi per andare a giocare le partite in trasferta in zone non interessate dalla ferrovie ci si spostava come si poteva, nella maggior parte dei casi infatti venivano utilizzate le carrozze trainate dai cavalli come quella di Leonardo Del Brocco e di Domenico Ardovini. Memorabile fu un’amichevole giocata fuori casa a Pisterzo: per raggiungere il paese venne noleggiata una carrozza fino ai piedi della montagna, per poi proseguire a dorso di muli fino a su il paese. Al ritorno invece, dopo un risultato di 3 a 3, i giocatori dovettero tornare nella città fabraterna a piedi. In quegli anni la città di Ceccano poteva contare su due formazioni: “Forti e Veloci” della zona alta del paese il cui sponsor era riconducibile senza dubbio a qualche nostalgico del Partito Popolare di Don Sturzo, e “Giovinezza Artena” della zona bassa che aveva come sponsor sor Guido Tanzini, dichiaratamente fascista. Il nome “Giovinezza Artena” non venne scelto a caso in quanto in quegli anni nella zona del Ponte avvenivano fatti di sangue. Si racconta ad esempio che alcuni giovani, mentre sedevano sul parapetto del fiume, fecero una scommessa tra di loro e chi avrebbe perso avrebbe dovuto accoltellare la prima persona che si fosse trovata a passare. A perdere la scommessa fu un ragazzo di nome Michelangelo che senza pensarci due volte accoltellò un signore di Pofi al rientro dal mercato a dorso di un asino.

Calcio come inutile perditempo

In quegli anni il calcio non veniva visto di buon occhio dai genitori dei giocatori in quanto non avrebbe potuto assicurare loro un futuro. La maggior parte degli atleti, non avendo avuto l’opportunità di studiare, dovevano impegnarsi ad imparare il “mestiere” perché quello si che avrebbe potuto loro assicurare un futuro. Ed ecco allora che dovevano coltivare la loro passione per il calcio di nascosto dai propri cari. Tante sono le testimonianze raccolte in cui si racconta ad esempio che Umberto Proietta, per paura di poter essere scoperto dal padre che gli controllava le scarpe al rientro la sera, giocava come portiere semplicemente con i calzini per evitare che queste ultime potessero rovinarsi. Oppure come chi doveva nascondere gli indumenti da calcio fuori da casa per non essere scoperto come l’allora sedicenne Adriano Micheli. Il desiderio dei genitori di voler vedere i propri figli impegnati ad imparare un buon mestiere piuttosto che perdere tempo dietro ad un pallone era più che comprensibile per l’epoca. Basti pensare che i giocatori più pagati del tempo (Raimundo Orsi e Luisini Monti) percepivano circa 7000 lire mensili più premi partita e trascorsero una vecchiaia all’insegna della povertà, contro le 400 lire mensili percepite da una maestra elementare.

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